Autunno

L’autunno è la stagione nella quale, gradualmente, si passa dal fervore primaverile ed estivo, alla calma invernale.
Nelle vigne è in pieno svolgimento la raccolta dell'uva. Un tempo non troppo remoto veniva trasformata in vino direttamente dai contadini con operazioni che si prolungavano fino alla spillatura del vino nuovo verso la fine della stagione.
Le tiepide giornate autunnali favoriscono i buoni raccolti nell'orto e dell'ultima frutta della stagione, importante è la raccolta della legna il riscaldamento invernale.
L’espansione dell’urbanizzazione e l’intenso utilizzo dei terreni ha provocato, col tempo, una progressiva riduzione dell'habitat di varie specie animali che, nel passato, costituivano un'importante risorsa alimentare.
La stalla, un tempo, in questa stagione forniva la forza motrice per i pesanti lavori d'aratura, compiuta soprattutto dai buoi. All'aratura dei campi seguono le prime semine.

Autunno

L'uva e il vino

Tiräbüssón

Cavatappi per i tappi di sughero.

Cusötta

Ciotolina di legno che si appende in cantina per assaggiare il vino. Anche la ciotola di legno che gli osti mettevano sul banco, nella quale gli avventori deponevano, onestamente, la monetina del prezzo, quando l’esercente si doveva assentare.

Vidarö

Tralcio reciso di vite, buono da bruciare.

Vidûr

Vigneto.

Üa

Uva.

Indümièr

Vendemmiare.

Brenta

Bigoncia conica di legno che si porta a spalla per la vendemmia; anche misura di capacità (50 lt. per alcuni, 75 lt. e 77 cl. per altri) per il trasporto a spalla del vino.

Cästläda

Carro-botte, una volta di legno, per il trasporto di uva pigiata.

Mustèr

Pigiare l’uva (una volta si pigiava coi piedi). ridurre l’uva in mosto.

Mustädura

Grosso recipiente in legno per pigiare l’uva con i piedi.

Nävasa

Ammostatoio per la pigiatura dell’uva. Anche tinozza a pareti divergenti per il trasporto
dell’uva.

Turciädüra

Vino di sapore aspro ed allappante spremuto col torchio da uva già pigiata.

Cävariana

Vinello molto annacquato, ma anche miseria nera, nella locuzione fèr la cävariana L’origine di entrambi può essere da cävariöl e più esattamente da ändèr in cävariöl detto di vite che per troppo rigoglio o eccesso di pioggia si sovverte in cirri, danneggiandosi.

Fugâsa

Residui pressati della torchiatura dell’uva, forgiati in torta. Essicati, servivano per alimentare il focolare.

Dùa

Doga e per estens. botte.

Cricch

Chiavetta per spillare vino dalle botti.

Türèr

Chiudere con turacciolo; imbottigliare il vino. Anche otturare, intasare condutture idrauliche. La bottiglia di vino scelto si chiama türäda.

PARENTESI STORICA

Il vino a Borgo era gradito anche al Papa

La destinazione del vino era la mensa dei borghigiani non meno di quella dei contadini stessi. Il Borgo tuttavia presentava altre opportunità: le osterie. Anche il Papa apprezzò i vini di Borgo come ci racconta l’avvocato Nino Denti nel suo famoso libro «Osterie di casa mia» pubblicato nella collana «Quaderni Fidentini» A Borgo San Donnino si è sempre curata la cantina, con uve vendemmiate « in loco » e il forestiere lo poteva constatare, facendone buona propaganda.

Mi piace all'uopo riportare alcuni appunti che Sante Laucerio, dispensiere di Papa Paolo III, ebbe a raccogliere in occasione del viaggio che questi compi nel 1578, per recarsi a Nizza, col compito di metter pace tra Francesco I di Francia e Carlo V. Laucerio scrive testualmente come Paolo III, giunto al confine del Ducato di Parma «pranzò alla Gula (Aulla), che ha buon vino e alla mattina fu a Montelungo, dove non fa buono, né triste vino e la sera alloggiò a Berisé (Berceto) nel castello di casa De Rossi, dove fa buoni vigneti. E in questo luogo Conte Pietro Maria San Secondo fece un bellissimo preparamento, massime di trote et carpioni et vernaccia. La mattina andò a pranzo a Terenzo e avanti si trova Fosdinovo (Fornovo), dove fu morto l'Ill.mo signor Ranuccio Farnese.

La sera alloggiò fuori di Parma, città buona ma non fa buoni pinetti. Da qui si parti sua Beatitudine il giorno venente, data la palma et andò a pranzo a Borgo San Donnino, dove erano buoni vini del signor Canino» (era il Marchese Gonzaga di Bozzolo, sposo a Luigia Pallavicino e Signore in condominio di Borgo San Donnino). Dobbiamo tenere per buono il giudizio del dispensiere di Paolo III; il Farnese, infatti, di vini se ne intendeva sul serio, mentre il suo cortigiano sapeva interpretare integralmente il gusto papale.